Monelli d’America
Ted Cruz ha la faccia compassata e vigile del predatore nell’ora del riposo. Dalla lingua tagliente scattano fuori, a comando, battute urticanti che il suo metabolismo politico dispone per stordire. Con quella scriminatura perfettamente tenuta in posa da abbondanti quantità di gel potrebbe farsi scritturare, a scelta, per una parte in una nuova stagione di “West Wing” o per un remake del “padrino”. La voce che circola nell’ambiente politico è che si tratti di un geniale uomo di calcolo che ha una maschera pronta per ogni circostanza: leader di rottura, condottiero donchisciottesco, indossatore di stivali da cowboy, urlatore di piazza.
22 AGO 20

Ted Cruz ha la faccia compassata e vigile del predatore nell’ora del riposo. Dalla lingua tagliente scattano fuori, a comando, battute urticanti che il suo metabolismo politico dispone per stordire. Con quella scriminatura perfettamente tenuta in posa da abbondanti quantità di gel potrebbe farsi scritturare, a scelta, per una parte in una nuova stagione di “West Wing” o per un remake del “padrino”. La voce che circola nell’ambiente politico è che si tratti di un geniale uomo di calcolo che ha una maschera pronta per ogni circostanza: leader di rottura, condottiero donchisciottesco, indossatore di stivali da cowboy, urlatore di piazza, arrampicatore di specchi, avvocato secchione con gli anelli dell’Ivy League. Cruz prevede ogni cosa e recita di conseguenza. In questa fase di scontro convulso al Congresso intorno alla legge di bilancio, con lo shutdown del governo federale, e all’Obamacare – e presto si passerà al tetto del debito, altra grana ciclica di Washington – il senatore ha interpretato la parte del ragazzaccio estremista che costringe l’intorpidito establishment del proprio partito a dire qualcosa di destra.
Per operare con più efficacia, Cruz si è alleato con un altro giovane repubblicano del Senato, Mike Lee, un ragazzone dello Utah con la faccia perennemente imperlata di sudore. Lee ha 42 anni, uno in meno di Cruz, e parla con il tono assennato del padre di famiglia dell’America di mezzo. La scelta delle cravatte è uno dei rari ambiti in cui si lascia andare. Per il resto si fa strada con ragionevolezza e argomentare pacato, qualità mormoniche assai tenute in considerazione in una famiglia di antico lignaggio presso la chiesa dei santi degli ultimi giorni. La voce che circola nell’ambiente politico è che indossi costantemente la spilletta da senatore sul bavero perché diverse volte gli inservienti del Senato l’hanno scambiato per uno staffer. “Sono un senatore dello Utah, hai presente quel pezzo di terra a forma di sedia laggiù, a ridosso delle montagne rocciose?”, spiega lui, celiando con fare gentile. La realtà è che pochi conoscono il Senato come Lee, insider per nascita e vocazione politica cresciuto con quel senso sacro delle connessioni politiche e della protezione del prossimo che è il sale della vita sociale dei mormoni. Il padre, Rex, è stato Solicitor General negli anni di Ronald Reagan e ha dato una scuola di legge alla Brigham Young University, la Harvard dei mormoni, dove ovviamente ha mandato il figlio. Uno dei vicini di casa Lee era Robert Byrd, l’uomo che ha occupato uno scranno del Senato per più tempo nell’intera storia americana (il deputato del Michigan John Dingell gli ha soffiato a giugno il record bicamerale); ha passato gli anni del liceo gomito a gomito con la figlia di Strom Thurmond, senatore per 48 anni, e un paio di suoi cugini (Mark e Tom Udall) sono membri della Camera alta a Washington. Sembra impossibile, guardando le cronache politiche odierne, che il suo “home teacher”, figura centrale nel cursus educativo di un mormone, sia stato Harry Reid, il leader del Senato che nelle ultime settimane ha picchiato sull’ostruzionismo repubblicano come un fabbro sul ferro rovente. Non trova più gli aggettivi per definire quelli come Lee.
Quando è arrivato a Capitol Hill, nel gennaio 2011, Lee era il più giovane senatore americano. Niente di straordinario per un predestinato. Quello che è straordinario è il modo in cui questo cittadino onorario della scena politica si è reinventato attaccabrighe, capopopolo senza doti di trascinatore della parte più libertaria del Senato. Ha fondato il gruppo parlamentare del Tea Party, si è buttato in battaglie esagerate che erano incastonate nello spirito del tempo, del suo tempo elettorale, ed è rimasto fedele anche quando una certa animosità libertaria è calata nella considerazione e nei sondaggi.
Lee è un pezzo della mobilia dell’establishment con un debole per Rand Paul. Cruz è il perfetto elemento complementare. Sono il poliziotto buono e il poliziotto cattivo della destra antagonista, uno si sente a proprio agio quando illustra la sua riforma fiscale con uno stile che ricorda quello del semiscomparso Paul Ryan, l’altro è a disagio quando non abbaia proposte eccessive con il suo fare da ribaldo. Sono il composto e il maldestro, il posato e il temerario, coppia perfetta del conservatorismo provocatore, quello che mette in imbarazzo l’establishment pettinato di John Boehner e fa sembrare flaccidi i tessuti politici delle “Young Guns” della Camera, i Ryan, gli Eric Cantor e i Kevin McCarthy impagliati come trofei di caccia nel salone della maggioranza.
Lee è un pezzo della mobilia dell’establishment con un debole per Rand Paul. Cruz è il perfetto elemento complementare. Sono il poliziotto buono e il poliziotto cattivo della destra antagonista, uno si sente a proprio agio quando illustra la sua riforma fiscale con uno stile che ricorda quello del semiscomparso Paul Ryan, l’altro è a disagio quando non abbaia proposte eccessive con il suo fare da ribaldo. Sono il composto e il maldestro, il posato e il temerario, coppia perfetta del conservatorismo provocatore, quello che mette in imbarazzo l’establishment pettinato di John Boehner e fa sembrare flaccidi i tessuti politici delle “Young Guns” della Camera, i Ryan, gli Eric Cantor e i Kevin McCarthy impagliati come trofei di caccia nel salone della maggioranza.
Hanno scelto, Ted e Mike, la strada opposta rispetto a un altro senatore repubblicano che la destra scruta con la speranza, nella coda dell’occhio, di un futuro migliore, Marco Rubio. Dopo una stagione giocata all’attacco, il senatore della Florida ha preso a fare il rammendatore di lembi inconciliabili. Era un enfant terrible carico di propositi rivoluzionari e di parole affilate contro le intrusioni dello stato nella vita delle persone, ma le mascherate da Sam Adams non sono state la sua tazza di tè nemmeno quando il tè era bevanda obbligatoria per qualunque repubblicano volesse giocarsi con profitto le carte elettorali, e dopo la riaffermazione obamiana e il grande ripiegamento riflessivo e autocritico di una destra troppo bianca, vecchia, protestante e pistolera per abbracciare l’eterogenea spinta demografica dell’America d’oggidì, si è ritrovato a ragionare più di compromessi sulla riforma dell’immigrazione che di rivolte fiscali. D’altra pasta è Cruz, cubano come lui ma anche irlandese e italiano, nato chissà come in Canada e finito in Texas con uno Stetson e la Bibbia dei battisti del sud.
Pochi possono vantare un carnet di insulti folto come quello che si è guadagnato in queste settimane Cruz, il quale ha capito in pochissimo tempo che il modo per fare strada al Congresso è essere instancabili sponsor di se stessi. Li ha incassati soprattutto dal suo partito. Giovedì, nell’incontro tesissimo con i sodali, sono volate parole grosse a proposito degli spot televisivi in cui Cruz (e Lee, naturalmente) accusano esplicitamente altri repubblicani di avere venduto l’anima – ma forse non era l’anima – a Obama e alla sua riforma sanitaria. Accusano di aver ceduto sul punto, di essersi lasciati piegare dalle logiche di convenienza della medio-borghesia politica, di avere tradito l’elettorato che li ha spediti in trincea, non alla scampagnata delle larghe intese. Chiedevano che Cruz si scusasse per il polverone che ha sollevato, per l’imbarazzo in cui ha messo un partito che non aveva bisogno di altre crepe; volevano che abbassasse quella cresta tenuta su con la brillantina, almeno ora che la maggioranza alla Camera che tiene in equilibrio lo shutdown vacilla sotto la spinta dei tiratori franchi della stabilità. E dietro consiglio del repubblicano che più di tutti odia Cruz, John McCain. Lui ha reagito con il suo solito modo “unapologetic” e ha mandato, in buona sostanza, a ramengo i colleghi. “Crede di essere l’unico vero repubblicano. I suoi colleghi sono furibondi. Non ha una strategia di successo ma è riuscito a generare consenso presso la base”, ha detto un anonimo quadro del Partito repubblicano alla Cnn. Creare consenso, però, è l’essenza della strategia di Cruz, che ha tirato fuori dal cilindro una posizione estrema e l’ha difesa con le unghie, passando con foga di forsennato dai microfoni di Rush Limbaugh a quelli dell’Aula dove ha parlato per 21 ore consecutive in un’iniziativa mediatico-politica programmaticamente priva di un obiettivo immediato. Un titanico esercizio di inutilità.
A dirla tutta l’oltranzismo nel tentare di smantellare l’Obamacare a qualunque costo, anche di essere preso per pazzo irresponsabile da amici e nemici, non è nemmeno un’invenzione di Cruz e Lee. E’ stata una matricola della Camera, tale Mark Meadows, eletto in un distretto montuoso della North Carolina, a raccogliere un’ottantina di firme fra i colleghi per agganciare alla legge di bilancio la revoca – o almeno la dilazione – dell’Obamacare, come richiesto da orde di elettori che, dicono i sondaggi, compongono una solida maggioranza del paese. L’appello di Meadows sarebbe scoppiato come una bolla di sapone se la gang di Cruz e Lee non l’avesse gonfiata a dismisura. Se non avessero messo in imbarazzo gli alfieri di un ragionevole compromesso con la Casa Bianca. Se non avessero avuto l’ardire di essere presi, consapevolmente, per pazzi ottusi e forsennati, aggettivi che altrove, in un’altra America meno raccontata e tuttavia votante, si tramutano in audaci caparbi e indomiti.
La battaglia di Cruz e Lee è arrivata fino a quel punto in cui le teste pensanti più sofisticate del mondo repubblicano hanno dovuto porsi seriamente una domanda: ma sono davvero pazzi? E così Ramesh Ponnuru, che porta in capo l’alloro del conservatore presentabile, si è trovato a considerare che forse questi svalvolati stanno semplicemente difendendo gli elettori che li hanno mandati a Washington; e che contemporaneamente Obama ha ciurlato nel manico forzando i termini di una riforma che doveva calare sul paese nello spirito di concordia fra stato federale e autonomie locali, invece è un trionfo congiunto di centralismo e burocrazia. La conta si farà presto, al Congresso, ma i conti si fanno alla fine: questa è la certezza che tiene insieme lo spirito masnadiero di Cruz e quello felpato di Lee. Uno ha invaso con tanta esuberanza qualunque spazio della comunicazione da diventare, per sfinimento, un imprescindibile dell’arena politica. Da quando è al Congresso non ha fatto nulla. Nessuna proposta di legge, nessun contributo significativo. Quando glielo fanno notare, per svilirlo, lui addirittura s’inorgoglisce, ché il suo ideale del rappresentante del popolo è colui che ferma l’avanzata dello stato, non chi l’asseconda. Arginare il male è il più grande successo, la stasi un assetto virtuoso. L’immobilità è parte di un’operazione di marketing politico. Non ci si laurea a Princeton e Harvard, non si fa pratica presso il capo della Corte suprema, non si fanno consulenze a Wall Street e non si sposa una manager di Goldman Sachs senza almeno un vago senso della strategia, senza saper vendere il prodotto. Jason Zengerle, che lo ha intervistato per GQ, dice che Cruz “parla per paragrafi”, è una macchina da comunicazione che non abbisogna del teleprompter per funzionare a dovere. Una strana mistura per uno del Texas, stato la cui costituzione materiale si fonda sull’odio per lo spirito Yankee e tutto ciò che ha generato, dall’Ivy League a Wall Street. Una volta, dibattendo delle armi da fuoco al Congresso, è riuscito a far perdere le staffe alla signora dell’Aula, Dianne Feinstein, che gli ha risposto secca: “Non mi servono le tue lezioni”. E’ perfino tedioso quando racconta, per la millesima volta, della saga del padre rivoluzionario castrista pentito e rifugiato in Texas, dov’è iniziata la sua rinascita nello spirito purissimo del sogno americano con qualche falla che il senatore prudentemente omette. Quando gli domandano delle sue origini Cruz spinge “play” e va avanti senza incespicare, come se leggesse la risposta sulla sua pagina di Wikipedia proiettata da invisibili Google Glass. Gli interlocutori aspettano sbadigliando che arrivi il momento in cui suo padre fa il giro del quartiere per scusarsi di essere stato, una volta, un ardente sostenitore di Castro. Non manca mai il dettaglio dei cento dollari cuciti nelle mutande, unico asset a disposizione di questo rifugiato che diventerà ingegnere nel settore petrolifero. Lee ha innaffiato il campo dall’altra parte della strada, quello delle grandi riforme fiscali e della lotta al big government dal lato dei numeri. Nel giorno della festa della Costituzione ha presentato all’American Enterprise Institute, nido di falchi neocon diventato nido di affettatori fiscali, il suo piano di riforma delle tasse. Il titolo, “Tax Reform, the Family, and the Pursuit of Happiness”, è a metà strada fra il Cato Institute e la dottrina sociale della chiesa, e nei contenuti incastona il tema dell’uguaglianza delle opportunità nello sfondo di una società basata sulla famiglia, la più efficiente – Lee non la butta sulla morale – alleanza sociale. Ci sono sgravi fiscali per i figli, tagli alle tasse per le imprese, spirito di produttività esaltato dal senso della protezione di un bene sociale messo radicalmente in discussione dallo spirito del mondo.
Cruz è il ragazzo scaltro della retorica e degli speroni; Lee è l’anima studiosa che passa dai Padri fondatori agli economisti austriaci arrivando alla solidarietà sociale senza che ci si accorga degli sbalzi. Sono l’anima nera e sfrontata del conservatorismo che esplora, andando a tentoni, una terza via fra le rappresentazioni naïf e stagionali del Tea Party e l’imbolsimento tutto washingtoniano dei leader di posizionamento. Ma non sono soltanto dei rottamatori: sono i necessari eroi di un’America in cerca di condottieri che combattano anche le battaglie che non potranno mai vincere.